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America has no better partner than Europe

marzo 18, 2010

“America has no better partner than Europe. Now is the time to build new bridges across the globe as strong as the one that bound us across the Atlantic. Now is the time to join together, through constant cooperation, strong institutions, shared sacrifice, and a global commitment to progress, to meet the challenges of the 21st century. (…) In this century, we need a strong European Union that deepens the security and prosperity of this continent, while extending a hand abroad.

Obama’s speech in Berlin – July 24th 2008

“In a humiliating blow to the European Union’s new leadership, US President Barack Obama has backed out of an EU summit, drawing attention to a messy power struggle on the Continent.”

The Independent – 3 February 2010

Perchè le relazioni tra il Presidente degli Stati Uniti e l’Unione Europea, inizialmente idilliache, in poco più di un anno sono giunte ad un simile raffredamento?

La risposta è piuttosto intuitiva: in occasione del summit mondiale sul clima, Barack Obama si è trovato di fronte al problema principale dell’UE: la disgregazione.

I 27 paesi dell’Unione Europea erano tutti presenti alla conferenza sul clima, ognuno con un proprio rappresentante, ognuno portatore dei propri singoli interessi. Il Presidente USA si è trovato a domandarsi:

“Who should I call if I want to talk with Europe?”

Nonostante l’Europa sia nata come progetto federalista, di questo si sta perdendo lentamente traccia. Il motivo principale è dato dall’allargamento dell’Unione Europea, che rende difficile conciliare le posizioni di paesi spesso profondamente diversi. Si riscontra inoltre una perdita di volontà dei paesi fondatori data dall’assenza di coscienza politica europea. I leader dei maggiori stati europei non rinunciano a parte delle loro competenze in favore di una direzione centralizzata, che è presupposto fondamentale per un’Europa forte e competitiva.

Un esempio lampante è l’unione monetaria: l’adozione di una moneta unica è stata una grande conquista (che ha salvaguardato molti stati da quest’ultima crisi mondiale), ma il percorso non è stato portato a termine attraverso un regime di fiscalità comune. Allo stesso modo, le relazioni estere dell’Unione Europea dovrebbero essere affidate ad un unico portavoce e non ai Ministri dei singoli stati membri di fronte a grandi potenze quali la Russia, la Cina e l’India – partner privilegiati dagli USA per mantenere la leadership mondiale -.

Molti eurodeputati ritengono che il Trattato di Lisbona sia un primo passo verso l’unitarietà. Si rafforza la difesa comune – anche con il nuovo strumento delle cooperazioni strutturate -, gli affari di giustizia e di polizia entrano a pieno titolo tra le politiche comuni, ma, soprattutto, con il Trattato di Lisbona di fatto è nato il ministro degli Esteri dell’UE. Anche se non assumerà propriamente quel titolo, disporrà di un servizio diplomatico comune al cui vertice é stata designata Catherine Ashton, quale alto rappresentante. L’istituzione di questa figura risulta uno strumento necessario per garantire all’Europa una maggiore rilevanza sulla scena globale per il pubblico, ma dietro le quinte è oggetto di scontri.

La mancata adozione di una Costituzione invece rappresenta un’occasione persa. Le linee programmatiche del Trattato potrebbero essere disilluse per opposizioni protezioniste.

Noi speriamo in un’Europa federale, che sappia riappropriarsi del ruolo importante che il presidente Obama le riconosceva poco meno di due anni fa, che riporti in alto lo splendido motto del progetto europeo: Uniti nella diversità.

In merito, rimandiamo alle Dichiarazione di Laeken sul futuro dell’UE e al sito della Gioventù  federalista europea.

Viola Nicodano

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