Italia/Iran: un binomio economico, ma non filosofico.
31 Maggio 2009
“I rapporti con l’Italia sono molto buoni, ma in futuro dobbiamo averne di più stretti. Abbiamo già molto punti in comune in molti campi e non ci resta che approfondirli al più presto”.
Hussein Moussavi (ex primo ministro Iraniano 1981/1989)
3 Febbraio 2010
“L’Italia dal 2007 ha tolto ogni supporto del governo alle esportazioni di nostre aziende in Iran, dal 2007 abbiamo cominciato a ridurre la nostra presenza che si riduce praticamente all’azienda Eni, che ha un contratto che deve rispettare, salvo pagare pesanti indennità, ma ha già disdetto la possibilità che gli viene riconosciuta contrattualmente, di sviluppare la terza fase, un’attività in un importante giacimento petrolifero”.
Silvio Berlusconi
4 Febbraio 2010
“Non è vero che l’Eni ha rinunciato a trattative con l’Iran per nuovi investimenti nel Paese, le trattative continuano per la terza fase di sviluppo del giacimento di Darkhovin”.
Seifollah Jashnsaz (direttore della NIOC, compagnia Statale petrolifera iraniana)
Facciamo un passo indietro nel tempo.
Nel 2005 tra l’Istituto per la promozione industriale del ministero italiano e l’agenzia iraniana per lo sviluppo industriale, venne firmato un protocollo operativo per favorire la cooperazione industriale, soprattutto nel settore delle piccole e medie imprese. L’intesa creò delle joint venture tra imprese in un paese come l’Iran che ai tempi aveva l’esigenza di organizzare e razionalizzare i propri distretti industriali e l’Italia che fornì strutture, attrezzature, tecnologie e know-how. L’Iran, a seguito di quell’accordo richiese anche delle proposte da aziende italiane per due importanti infrastrutture: la tratta ferroviaria Isfahan-Shiraz e l’autostrada Teheran-Chalous.
Il rapporto tra Italia ed Iran parte da lontano, fin dai lontani anni ’60, e le relazioni non si sono interrotte neppure nei momenti peggiori come quando (negli anni ’80) Teheran combatteva contro gli iracheni nelle paludi dello Shatt el-Arab. Le uniche aziende che non abbandonarono l’Iran furono proprio quelle Italiane, ed oltre ad aiutare l’economia davamo una mano anche sostenendo lo sforzo bellico dell’Iran attaccato da Saddam Hussein. Proprio quest’ultima è stata una delle ragioni fondamentali che in seguito ha consentito importanti accordi economici bilaterali ed ha garantito alle nostre società un ruolo di primo piano.
A fine anni ’90, post crisi degli ambasciatori, l’Italia fu la prima nazione europea a ristabilire contatti di alto livello con gli ayatollah e a sostenere il tentativo riformista dell’ex presidente Khatami nel 1997, con le visite di Romano Prodi e Lamberto Dini in territorio Iraniano.
Gli stessi iraniani, nel 2004, mentre l’Italia era presidente di turno Ue, chiesero a Roma di accettare la proposta di Inghilterra e Germania, inerente all’entrata Italiana nel gruppo di paesi che dovevano negoziare sul nucleare.
L’Italia declinò l’offerta, sia per non entrare in rotta di collisione con un partner commerciale così importante che per non rischiare frizioni diplomatiche con un alleato storico come Washington.
Nel 2008, Ahmadinejad venne a Roma per il vertice della FAO, ma non fu ricevuto da rappresentanti del governo, si dovette accontentare di un incontro con gli operatori economici. Incurante di ciò si lascio andare ad un esclamazione che non fece molto piacere ai nostri “amici a Stelle e Strisce”. Disse: “L’Italia è un paese amico, il più amico di tutti, e l’Iran è la nazione più sicura di tutte per gli italiani”.
Su questo tema, i rapporti sono pericolanti a tal punto che David Thorne, ambasciatore USA in Italia, riferendo alla Commissione Esteri del Senato Americano disse:
“Anche se Usa e Italia cooperano strettamente su numerosi temi, ci sono alcune posizioni della politica estera italiana che continuano a preoccuparci. Siamo preoccupati che Teheran sviluppi armi nucleari e intendiamo gestire le relazioni con l’Iran in un fronte unito. Vogliamo essere certi che tutti, Italia compresa, partecipino compatti a questa gestione”.
I canali diplomatici italici, nel recente passato, si sono sforzati di fare da “mediatori” con l’Iran di Ahmadinejad, senza troppa fortuna a dire il vero. Nella scorsa primavera il ministro degli Esteri Franco Frattini aveva ipotizzato una missione diplomatica a Teheran ma il viaggio saltò perché Ahmadinejad, probabilmente risentito dal trattamento ricevuto nel 2008, propose di riceverlo nella città di Semnan, dove gli iraniani avevano appena sperimentato il lancio di un missile.
Con il senno di poi, fu molto meglio così, infatti le elezioni presidenziali che hanno scosso sia il paese che l’intera opinione pubblica mondiale per le forti repressioni esercitate da Ahmadinejad, erano alle porte.
La realtà, tuttavia, è che l’Italia dal 2008, con 6 Miliardi di interscambio, è il primo partner europeo dell’Iran.
Infatti Teheran, dopo Libia, Russia ed Arabia Saudita, è il nostro quarto fornitore di petrolio con 3,6 miliardi di Euro e 9,6 milioni di tonnellate annui.
Nel primo semestre del 2009, le esportazioni italiane verso il paese islamico raggiunsero un volume totale di 894 Milioni di euro, concentrandosi principalmente nel settore meccanico, nell’impiantistica e nelle costruzioni. Il nostro paese importa inoltre dall’antica Persia soprattutto energia e prodotti del comparto agroalimentare.
I dati di fine 2009, dicono che le aziende italiane in Iran sono quasi un migliaio. Sono solo qualche decina quelle che hanno deciso di aprire in Iran anche un proprio sito produttivo. A sventolare il tricolore, con importanti basi operative, sono grandi gruppi del settore energetico, siderurgico e dell’impiantistica come Eni, Ansaldo, Tecnimont, Danieli e Duferco.
L’Italia quindi, guarda le tensioni sul nucleare con un occhio attento anche al possibile rallentamento del business: l’atomica rischia di cambiare quell’equazione “Metano = Corano” che da trent’anni anima i rapporti con il paese Iraniano.
Tommaso Mello Grand
La recente notizia dell’endorsement del guardasigilli per le politiche agricole al lancio di panini “Made in Italy” da parte del colosso del fast-food McDonald’s ha fomentato il dibattito e lo scambio di opinioni di moltissimi italiani, soprattutto nella blogosfera. Un tam tam che si è acceso ancora di più con la lettera scritta sulle pagine del Guardian dal critico gastronomico Matthew Fort e la conseguente reazione (alquanto permalosa) del ministro Luca Zaia.
Non è mia intenzione soffermarmi sulla critica della presunta mossa di marketing del ministero, una campagna che non condivido per nulla in quanto ritengo ci siano altri modi (e altri soggetti più idonei al patrocinio) per sostenere e incentivare l’esportazione di prodotti italiani all’estero.
Vorrei pertanto fare un paio di considerazioni, una di carattere politico, l’altra di carattere sociale.
In questi mesi abbiamo tutti imparato a conoscere il ministro del Carroccio e le sue battaglie in difesa delle tradizioni alimentari, della tracciabilità ed etichettatura del nostro cibo, delle sue filippiche contro gli OGM e i tanto vituperati “menù etnici”. Per evitare il “tradimento” con questo sposalizio non proprio tutto italiano, la dialettica di Zaia si è incentrata sul capovolgimento di ruolo dei due protagonisti della storia. E così frasi come “I contadini invadono McDonald’s” o “La qualità come diritto di tutti e non lusso per pochi” diventano metaforicamente il Davide tricolore che lancia le sue pietre sane e genuine contro il Golia a stelle e strisce, salvando l’economia traballante del settore agroalimentare italico.
Ammettiamo pure che le sue parole siano in buona fede e gli intenti non siano strumentali. Ma siamo proprio sicuri che i prodotti siano italiani al 100%? Forse Zaia non sa che il Parmigiano Reggiano DOP viene prodotto da vacche che mangiano in parte soia transgenica nei loro foraggi, così come purtroppo la maggior parte degli animali da allevamento. Forse Zaia si è dimenticato che il principale fornitore di carne della McDonald’s è stato condannato in primo grado per aver venduto carne italiana quando in realtà proveniva dall’estero, o che sia stato coinvolto in scandali alimentari alquanto preoccupanti (vedere l’inchiesta di Report “Il Re della Bistecca” per credere!). Quali sono le vere priorità? Prima di sponsorizzare una multinazionale così controversa non sarebbe forse il caso di darsi da fare per rivedere le politiche agricole del nostro Paese cercando di renderle sostenibili davvero, e fare più pressione sull’Unione Europea per dare maggiore tutela ai nostri prodotti tipici, come i leghisti (a cui va dato merito) hanno finora fatto in modo ineccepibile?
Veniamo ora alla questione sociale. La speranza del ministro che McItaly convinca le persone ad abbandonare il cibo spazzatura in favore di un’alimentazione più sana pare una speranza assai vana. Il fatto che migliaia di ragazzi vadano spesso a mangiare nei fast-food non è un semplice dato di fatto, ma una realtà grave. In Italia si calcola che quasi il 35% degli abitanti sia sovrappeso, e che circa il 10% presenti problemi di obesità. Questo perchè si sta passando da una dieta equilibrata (la cosiddetta “mediterranea”) ad un modello industrializzato, quello che George Ritzer definisce “Mcdonaldizzazione del mondo”. Le persone comprano molto più spesso cibi “subito pronti” con l’illusione che questi alimenti siano genuini, diano un corretto apporto nutritrivo ma soprattutto lascino più spazio al tempo libero e facciano guadagnare il tempo “perso” per cucinare.
Gran parte della colpa di tutto ciò è attribuibile alla pervasività dei messaggi pubblicitari sparati in modo ubiquo dai media, messaggi che spesso creano distorsioni informative pericolose per le abitudini dei giovani. A difendere una corretta educazione per una vera scelta informata, oltre alla famiglia, entra in gioco un fondamentale agente sociale: le istituzioni. Tanto si investe per incoraggiare il consumo di frutta e verdura fresca, prodotti tipici cucinati come tradizione comanda, tanto viene sbandierato lo “slow-food”, tanto si promuove la corretta alimentazione attraverso cicli di educazione nelle scuole.
Perchè l’uomo responsabile delle politiche alimentari italiane ha scelto McDonald’s per rappresentare la qualità italiana? E’ questo il corretto messaggio che si vuole dare ai ragazzi?
Nel 2015 si parlerà di alimentazione globale attraverso una Esposizione Universale che avrà luogo nel nord tanto amato dal ministro. Un evento che vedrà l’Italia e la sua filiera agroalimentare sotto i riflettori del mondo intero come protagonista dell’alimentazione sostenibile.
Alla luce di tutto questo, caro Zaia, la tua è una caduta di stile che mai mi sarei aspettato.
I’m not lovin’ it!
Nicolò Cascinu
Le intercettazioni di comunicazioni tra tutela della privacy e necessità d’inchiesta
LUNEDI’ 1 FEBBRAIO 2010 – Ore 21 Bobino Club – Piazza Cantore angolo Via D’Annunzio – Milano
nterverranno:
Armando Spataro: Magistrato, Procuratore della Repubblica aggiunto presso il tribunale di Milano, Coordinatore Gruppo specializzato nel settore Antiterrorismo.
Giuliano Pisapia: Avvocato Penalista, patrocinante presso la Corte di Cassazione, Vicepresidente del Comitato scientifico della Camera penale di Milano.
Massimo Meroni: Sostituto Procuratore, Pubblico Ministero, Direzione Nazionale Antimafia.
Quanto, in passato, le intercettazioni sono state utilizzate?
In quali situazioni si sono dimostrate cruciali?
Come cambierebbe la legislazione vigente?
In che modo la proposta di legge può tutelare la privacy del cittadino ed al contempo permettere alla magistratura di svolgere regolarmente le indagini?
Questi e molti altri gli argomenti che verranno approfonditi nel corso dell’incontro con tre esperti della materia, dopo le accese prese di posizione del mondo della giustizia e dell’editoria a seguito della proposta di legge Alfano.

